Aspettando Godot, tutti gli occhi guardano a Ovest

Scritto il alle 14:15 da Redazione Finanza.com

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Non è stato solo il termometro a raggiungere livelli record a luglio, anche quello che è successo sui mercati finanziari in questa torrida estate mi ha decisamente sorpreso. Non che questo sia indice di per sé di un evento del tutto straordinario, le mie capacità previsive sono modeste, ma di accodarmi al cospicuo esercito degli “era prevedibile”, proprio non me la sento.

Che le borse mondiali, trascinate dai ripetuti crolli di quella di Shanghai a cui è seguita la tripla svalutazione della yuan, certi giorni mostrassero andamenti da fine dell’economia come oggi la conosciamo…beh, io non me lo aspettavo.

Di certo, chi voleva volatilità è stato accontentato. I principali indici di volatilità utilizzati dagli investitori, il Vix e V2x, intorno a metà agosto hanno registrato una vera e propria impennata, solo in parte rientrata nelle settimane successive.

vix, indice vix, indice della paura. volatilita, mercati azionari, volatilita stati uniti, sp500, opzioni, mercati finanziariFonte Bloomberg, V2x e Vix nel 2015 con evidenziati i picchi agostani.

E ora? Come muoversi nel clima d’incertezza sulla tenuta della crescita del Pil cinese, che rappresenta oltre il 13% di quello mondiale, e quindi sui possibili riflessi sulle principali economie globali?

Piuttosto che lanciarsi in ipotesi sugli scenari del prossimo quinquennio, la cosa migliore da fare è, a mio parere, guardare all’America. E il primo cassetto da aprire è quello della FED. Questo nuovo scenario, modificherà le decisioni della Federal Reserve in tema di taglio dei tassi? Ricorderete che il taglio era ormai dato per scontato, “si tratta del quando non del se” profetizzava non senza arroganza chi vi scrive, mentre oggi si leggono autorevoli pareri circa l’opportunità che la FED faccia ripartire il piano di QE, annunciando che il mondo rischia di cadere in recessione nei prossimi due anni se le banche centrali non riprenderanno a pompare denaro nell’economia.

Due sono le argomentazioni a sostegno di questa posizione:

1. L’economia americana non è abbastanza forte per sollevare i tassi (in effetti non è ancora tornata ai livelli del 2007).
2. Una stretta monetaria della FED porterebbe con sè il rischio di un altro rallentamento delle economie (ex) emergenti.

Ora è vero che il governo degli Stati Uniti si è dotato di una sofisticata tecnologia chiamata stampa che permette di produrre un gran numero di dollari di fatto senza alcun costo, ma il mondo è già stato drogato fin troppo dall’enorme liquidità messa in circolo. È proprio perché abbiamo troppa liquidità a basso costo che questa massa si muove rapidamente, talvolta in modo schizofrenico, causando tempeste.

Sul punto 1, la crescita americana al 2% attesa per i prossimi dieci anni e inferiore a quella attorno al 3% avuta nel periodo 2000 – 2007, non è solo un fenomeno americano ma riguarda il mondo intero.

Le attese di crescita riflettono l’invecchiamento della popolazione, il rallentamento della produttività così come i cambiamenti strutturali nei modelli economici (si pensi alla “uberization” del mercato del lavoro, alla robotizzazione di industrie, e così via). La politica monetaria ha raggiunto i suoi limiti ed è il momento per la politica di bilancio di farsi carico di gestire il problema.

Quanto enunciato al punto 2, la relazione tra rialzo dei tassi americani e crisi degli emergenti, è semplicemente qualcosa di inevitabile e così è stato negli ultimi quarant’anni. Il livello di indebitamento raggiunto da queste ruggenti economie (100 miliardi di USD nel 2014), una volta che la FED alzerà i tassi riducendo l’effetto di leva finanziaria, porterà al fallimento di alcuni di essi (Sudafrica, Brasile, Cina, Turchia, …) ma non dovrebbe ostacolare il successo o potenziale tale degli altri (in un primo momento, Colombia, India, Perù, Filippine o anche Polonia), ovvero di quelle economie che hanno effettuato le riforme strutturali necessarie in questi ultimi anni. Di certo molti paesi in Africa e Asia dovranno svalutare la propria moneta e questo porterà volatilità nel Forex.

No, credo che la FED non interverrà nuovamente con una manovra espansiva. Forse non interverrà rialzando i tassi a settembre, il mercato nelle attuali condizioni ne risulterebbe sorpreso e aumenterebbe ulteriormente la volatilità, ma sono convinto li rialzerà a breve.

Faccio mia l’ottima analisi del mio collega Christopher Dembik, macroeconomista di Saxo Bank:

A. La FED ha nel suo mandato di garantire livelli di inflazione e di occupazione. La prima è vicina al target del 2% (escludendo petrolio e energia) mentre la disoccupazione al 5% mette gli USA in una invidiabile condizione di piena occupazione. Missione compiuta quindi.
B. La FED, benchè non sia esplicitamente parte del suo mandato, ha un sacro timore di creare bolle speculative e alcuni segnali di “eccessi finanziari” come quelli pre-crisi del 2007 si stanno manifestando. Un rialzo dei tassi funzionerà da estintore.
C. Il rialzo dei tassi americani sarà comunque graduale e non fermerà le politiche espansionistiche di altre regioni del mondo. La BCE non alzerà i tassi prima della fine del prossimo anno e la Banca Centrale Giapponese non sembra avere l’intenzione di chiudere i rubinetti.
D. Infine, elemento non trascurabile quando si parla di banche centrali, la FED si gioca la sua credibilità. Un rialzo dei tassi è stato presentato ai mercati da mesi e segnerebbe la fine del piano anti crisi messo in campo dall’attuale amministrazione americana. Dilazionare ulteriormente questo segnale oltre la fine dell’anno in corso, pur giustificando il proprio operato con lo scenario innescato dalla situazione in Cina, farebbe perdere credibilità alla FED. Aspettare Godot, rimanere in perenne condizione di attesa senza far nulla, non gioverebbe alle autorità monetarie e al sistema finanziario capitalistico in cui viviamo.

GianPaolo Bazzani
AD Saxo Bank Italia

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