Fed: ci siamo o no?

Scritto il alle 10:34 da Redazione Finanza.com

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Ci siamo, da qualche tempo il focus si è ormai spostato lì: i mercati attendono giovedì alle 20 la decisione che prenderà la Fed su tassi e politica monetaria, proseguendo quindi in una fase di assestamento in cui è meno forte la correlazione che abbiamo visto in estate tra borse cinesi e mercati occidentali.

Le aspettative del mercato di un aumento dei tassi da parte dell’istituto guidato da Yanet Yellen sono scese al 28 per cento, in calo dal 54 per cento registrato il 7 agosto e dal 38 per cento di fine agosto, secondo sondaggi Bloomberg (si può arrivare a conclusioni simili anche analizzando le posizioni sui futures).

Sulla base dei dati macro pubblicati tra luglio e settembre, l’economia USA appare pronta per la svolta considerata la revisione al rialzo del PIL e i continui progressi sul mercato del lavoro: il recente aumento dei rischi al ribasso collegati all’economia globale e ai mercati finanziari complica però il quadro di riferimento.

Al momento il FOMC potrebbe effettivamente decidere di mantenere invariati i tassi in settembre poiché in questa fase i benefici di aspettare ancora qualche mese potrebbero apparire maggiori rispetto ai costi di un eventuale rialzo anticipato.

A differenza degli operatori di mercato, gli economisti sono invece più divisi sulla possibilità che la Fed alzeì il costo del denaro dall’attuale livello record. In vista della decisione, i dati sull’inflazione in calendario domani sono sicuramente da monitorare: i prezzi al consumo sono previsti in calo dello 0.1 per cento nel mese di agosto, il primo dato negativo da gennaio.

Una tale lettura fornirà tesi ulteriori per i funzionari della Fed che vogliono vedere una ripresa dell’inflazione prima di cominciare a stringere i cordoni della politica monetaria. Le colombe poi puntano sul fatto che le incertezze nell’economia siano ancora alte per ridurre lo stimolo monetario: giudicano l’apprezzamento del dollaro di per sé un freno ai pericoli di inflazione (che essi cmq non vedono); soprattutto sostengono che sbagliare facendo salire l’inflazione oltre al target ufficiale (poco sotto al 2 per cento) sia meglio che correre il rischio di finire in deflazione (i tassi si possono alzare all’infinito, abbassare no).

Aggiungono poi che il Vix è intorno ai 30 punti (vicino a livelli di guardia), e che il tasso di disoccupazione è ancora su livelli superiori alla media degli ultimi 25 anni. Secondo altri economisti con posizioni più hawkish, la Fed è già in ritardo di 6 almeno mesi (oltre i tassi a zero c’è anche il bilancio gonfio di 4500 miliardi di assets per l’istituto di Washington): se le cose si dovessero mettere male, basta poi eventualmente rallentare il ritmo dei rialzi.

Inoltre, il mercato del lavoro americano è vicino al momento in cui i salari cresceranno, spingendo l’inflazione; aggiungono poi che l’eccezionalità distorce i mercati, e che quindi occorre tornare alla normalità; infine, argomentano che sarebbe meglio alzare i tassi in modo da togliere incertezze ai mercati, che sul tema si arrovellano ormai da mesi.

Al di la di quello che succederà nell’immediato di questa settimana comunque, andremo sempre più incontro ad una divergenza delle politiche monetarie di Fed e BCE: se la Fed Fund alzerà per la prima volta dal 2006 i tassi verosimilmente entro l’anno, la Banca centrale europea a inizio mese ha aperto la strada a un possibile potenziamento del QE (già la Banca centrale europea acquista titoli di Stato dell’Eurozona e titoli privati con un impegno finanziario mensile di 60 miliardi di euro).

Un sondaggio Bloomberg mostra che un ulteriore allentamento da parte della BCE è previsto entro giugno del prossimo anno, al più tardi, da oltre 2 terzi degli intervistati. Questo, unita al calo delle aspettative d’inflazione, fungeranno da diga ai possibili timori di aumento dei rendimenti per i bond anche in area euro, e anche sull’azionario, non c’è da meravigliarsi che gli operatori rimangano rialzisti sull’europa, aspettandosi lo Stoxx Europe 600 in crescita del 18 per cento nel 2015 (il che significa che l’indice dovrà salire 13 per cento nei prossimi quattro mesi).

Cosa capiterà dunque al cambio eurodollaro? Se la Fed non alzerà i tassi, il biglietto verde potrebbe svalutarsi ma senza tornare sui minimi di fine agosto, cosa questa che potrebbe avvenire solo se il mancato rialzo sarà dovuto ad un ulteriore aumento dell’avversione al rischio sui mercati globali.

Se invece la Fed alzasse i tassi il dollaro si apprezzerebbe fino a 1,10 e forse successivamente fino a toccare i massimi estivi. Dopo il deciso rimbalzo della settimana scorsa, da 1,10 a 1,13, l’euro sembra in realtà già scontare il rinvio del primo rialzo Fed. In questo caso, il cambio eurodollaro non dovrebbe comunque tornare fino in area 1,17: un apprezzamento eccessivo della moneta unica non sarebbe sostenibile e costringerebbe la BCE a intervenire, come ricordato da Mario Draghi.

E nel resto nel globo? Le conseguenze del rialzo dei tassi Usa sui Paesi emergenti saranno verosimilmente negative, perché l’enorme debito in dollari che hanno accumulato costerà di più in termini reali. C’è il timore poi che tassi in crescita in America aspirino capitali dal resto del mondo.

Già la sola prospettiva di rialzo dei tassi negli Stati Uniti (unita alla scossa sui mercati finanziari data dalla svalutazione cinese del mese scorso) ha portato gli investitori a fuggire dagli assets più rischiosi, facendo scendere i rapporti prezzo-utili per le azioni delle nazioni emergenti fino a 10.7, con uno sconto del 29 per cento rispetto alle azioni nei paesi sviluppati. Anche la Reserve Bank of Australia nei verbali rilasciati stanotte ha ribadito i propri timori riguardo alle nuove turbolenze di mercato che un aumento dei tassi negli stati uniti potrebbe innescare…

Pietro Arriciati
Head of Italian Branch AFX Capital

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