Focus petrolio: il greggio prova una reazione ma la corsa al ribasso sembra non trovare ostacoli

Scritto il alle 18:26 da Redazione Finanza.com

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La corsa al ribasso delle quotazioni del greggio non sembra trovare ostacoli. Dopo una mattinata in crescita per i corsi dell’oro nero grazie ad allentamento delle tensioni in Cina dopo le cifre sulla bilancia commerciale, nel pomeriggio sono tornate le vendite dopo i dati sulle scorte statunitensi.

I buoni dati macro in Cina avevano spinto al rialzo i prezzi del petrolio (il Brent aveva toccato un massimo intraday in area 31,80 dollari al barile). Nel dettaglio in Cina è stato comunicato che le esportazioni sono scese nel mese di dicembre dell’1,4% rispetto a dicembre 2014. Una flessione migliore rispetto alle aspettative del consensus fissate per una discesa dell’8%. Le importazioni hanno evidenziato un calo del 7,6% a/a (attese posizionate su un -11,5%).

Le cifre macroeconomiche migliori delle attese avevano allentato temporaneamente le tensioni e i timori degli investitori sul rallentamento dell’economia cinese, permettendo un rimbalzo dei prezzi petroliferi. Cambio di rotta invece nel pomeriggio. Dopo la pubblicazione delle scorte statunitensi (soprattutto le scorte di benzina, che hanno mostrato un forte aumento) abbiamo assistito a una forte accelerazione ribassista.

Riteniamo che al momento gli investitori stiano reagendo in modo eccessivo, ogni dato negativo è un pretesto per alimentare la speculazione. Il nervosismo degli operatori sta facendo aumentare la volatilità dei corsi del greggio, siamo sui massimi degli ultimi 3 mesi.

Abbiamo ricordato più volte come la discesa delle quotazioni dell’oro nero sia legata a molteplici fattori ma uno tra i più importanti è il calo della domanda cinese (rallentamento economia, svalutazione yuan).

Crediamo che il dato da tenere sotto stretto controllo sia quello di settimana prossima sul PIL cinese del quarto trimestre (19 gennaio). Valori inferiori alle attese potrebbero incentivare ulteriormente la speculazione ribassista sui contratti sull’oro nero.

L’accelerazione al ribasso degli ultimi giorni ha spinto molte case d’affari ad abbassare le stime sul greggio fino a 20 dollari al barile. Un ufficio di ricerca (Wolfe Research) ha pubblicato uno studio che con un petrolio inferiore ai 30 dollari un terzo dei produttori americani nel 2016 rischierebbe il fallimento. Solamente un ritorno a 50 dollari permetterebbe una stabilizzazione del mercato.

Ma non sono solo gli imprenditori privati americani a rischiare la bancarotta. I membri dell’OPEC non arabi (Venezuela e Nigeria tra tutti) stanno spingendo per organizzare un meeting straordinario a marzo per rivedere le strategie. Nell’ultimo meeting di Vienna avevamo assistito a una spaccatura all’interno del cartello con la decisione di non fissare un tetto ben definito alla produzione.

Difficilmente pensiamo che si possa arrivare a un accordo soprattutto in un momento in cui le tensioni tra due importanti membri del cartello (Iran e Arabia Saudita) è a livelli altissimi.

Anche i paesi produttori non-OPEC sono in grosse difficoltà. La Russia dovrà intraprendere dei massicci tagli alla spesa per stabilizzare il budget in perdita per i mancati introiti dall’esportazione di prodotti energetici, come oggi ha espressamente dichiarato il primo ministro Medvedev.

Crediamo, quindi, che, nel brevissimo periodo, sia possibile assistere a reazioni temporanee del greggio legate alla situazione di ipervenduto presente sul mercato ma nel medio periodo la corsa al ribasso porterà il Brent e il WTI Light Crude verso i 25 dollari al barile.

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