America: rialzo dei tassi? No grazie…

Scritto il alle 10:07 da Redazione Finanza.com

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L’ultima serie di dati macroeconomici provenienti dagli Stati Uniti si è rivelata piuttosto deludente confermando i sospetti di chi teme una crescita davvero anemica della prima economia mondiale.

La crescita inferiore delle attese dei beni durevoli a marzo ci spinge a pensare che la contrazione nel settore produttivo non sia ancora conclusa. Morale, non abbiamo ancora chiari segnali di ripresa cui ancorare aspettative rialziste e riteniamo che la Fed non farà che enfatizzare lo scenario attuale nelle sue dichiarazioni post riunione.

La ripresa dell’inflazione peraltro sembra un miraggio anche dall’altro capo del globo. Il dollaro australiano ha perso il 2%, e potrebbe non essere finita, dopo aver registrato una decrescita dei prezzi dello 0,2% contro attese di un +0,2% toccando il livello più basso dal 2008.

Ci sono diverse ragioni per cui riteniamo che il dollaro australiano possa continuare nella sua discesa poichè la fila dei venditori si sta ingrossando nel tentativo di cercare di anticipare la decisione della banca centrale che quasi certamente abbasserà i tassi di riferimento per cercare di far ripartire i prezzi.

Il calo delle esportazioni potrebbe danneggiare ulteriormente anche l’economia della vicina Nuova Zelanda, le cui vendite di carne e latte segnano ormai decrementi a doppia cifra, solo parzialmente controbilanciati dalla crescita di frutta e idrocarburi.

In tale contesto non stupirebbe la conferma di un orientamento ribassista da parte della Reserve Bank of New Zealand di questa notte, che contribuirebbe certamente a deprezzare velocemente le quotazioni del dollaro neozelandese, il cui recente rally ha stupito non pochi osservatori.

Conservando uno dei tassi più elevati tra i Paesi del G10 (al 2,25%) riteniamo che la banca centrale di Auckland abbia notevole spazio per ribassare i saggi di riferimento e che pertanto non possa evitare di alimentare ulteriormente l’attuale bolla immobiliare.

Il gioco della svalutazione competitiva che stanno attuando le banche mondiali è pericoloso ma necessario anche alla Nuova Zelanda, che pertanto non vi si sottrarrà e procederà ad indebolire il kiwi quanto necessario con un target contro dollaro Usa a 1.5000 nel medio termine.

Arnaud Masset e Yann Quelenn
analisti di Swissquote

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