Outlook forex: post-Brexit yen valuta rifugio, Brasile alla prova stagflazione

Scritto il alle 10:36 da Redazione Finanza.com

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1. Dollaro: il ritmo del rialzo di tassi vero market mover

Il mercato ha raggiunto le aree di resistenza studiate tra 1.1500 e 1.1750, dalle quali sono partiti movimenti che hanno ricondotto i prezzi verso 1.1000 per poi partire nuovamente a rialzo, mantenendosi all’interno dell’ampio range stimato, già a partire da inizio 2015, tra 1.0500 e 1.1750. Un range che potrebbe continuare a dettare i confini per la moneta unica e all’interno del quale è plausibile che continuino ad avvenire movimenti caratterizzati da bidirezionalità. Dal punto di vista di puri market mover non è cambiato nulla rispetto al trimestre precedente: il ritmo dei prossimi rialzi di tassi sarà il fattore più importante sul quale ragionare e che potrebbe, nel momento in cui dovessero formarsi aspettative razionali generalizzate sulle tempistiche relative al ciclo potenziale di rialzi di tassi, condurre a rafforzamenti del biglietto verde nei confronti della moneta unica. Un rafforzamento potenziale sul quale dobbiamo comunque concentrarci prospetticamente in ottica di possibili reazioni di avversione al rischio post Brexit soprattutto a livello di movimenti potenzialmente violenti e di breve durata che potrebbero seguire a vendite di borsa. Allo stato attuale non escludiamo che possa ancora avvenire un aumento del livello del costo del denaro isolato in dicembre.

2. Yen: la bussola del rischio

Lo yen ha effettivamente vissuto un periodo di rafforzamento sia contro dollaro che contro euro, andando a raggiungere e superare tutti i target studiati. Dopo il referendum anglosassone abbiamo avuto una conferma di come, di fronte a situazioni importanti di avversione al rischio, la divisa nipponica venga considerata come la valuta rifugio principale, in grado di sovraperformare anche sul dollaro americano (abbiamo infatti assistito a rafforzamento di dollaro americano contro tutte le principali divise nel post Brexit, tranne che contro lo yen giapponese). Dal punto di vista di politiche monetarie attese, non escludiamo l’implementazione di ulteriori misure di allentamento monetario al fine di perseguire un ritorno dell’inflazione verso i target prefissati del 2%, dopo essere tornati ampiamente in territorio negativo in seguito ai picchi registrati oltre il livello del 3% nel 2014. Questo potenziale nuovo allentamento monetario potrebbe condurre a tentativi di indebolimento dello yen che non vediamo come strutturale, almeno fino a quando il mercato non dovesse andare a spostarsi sul secondo livello di ragionamento relativo al ritmo di rialzo di tassi negli Usa. Ci spieghiamo meglio. Nel momento in cui gli investitori dovessero formare le proprie aspettative sul ritmo di rialzo del costo del denaro, potremmo assistere a riallocazione di portafogli che potrebbero condurre a uscite dall’azionario a favore del reddito fisso americano, il che, in questa prima fase, potrebbe condurre a rafforzamenti di yen in quanto valuta rifugio. In un secondo momento, quando il ciclo di rialzi effettivamente avverrà (sempre che avvenga), gli effetti di rafforzamento di dollaro potrebbero intervenire anche contro lo yen, conducendo a salite del cambio UsdJpy.

3. La sterlina tra shock di domanda interna post Brexit e pressioni inflazionistiche

È innegabile che i rischi prospettici di instabilità economica sono aumentati e stanno caratterizzando soprattutto l’andamento della sterlina. L’accelerazione in tema di Brexit potrebbe causare degli shock importanti sul fronte della domanda interna, a causa della fiducia delle famiglie che potrebbero decidere di aumentare il proprio grado di risparmio andando così a incidere sulla crescita dell’Isola. Oltre a questo sarà da valutare attentamente il grado di rischio che il mercato assegnerà alle istituzioni finanziarie britanniche (che concorrono alla formazione di gran parte del Pil) e occorrerà ragionare su una duplice strada che potrà prendere l’inflazione. La bilancia dei pagamenti UK è infatti strutturalmente negativa e una sterlina che ha perso valore nei confronti delle principali valute porterà presumibilmente a maggiori costi di approvvigionamento, che si trasmetteranno a catena sui costi alla produzione e sui prezzi di vendita finali di beni e servizi, portando ad un aumento delle pressioni inflazionistiche. Pressioni che, a nostro parere, non verranno combattute con un aumento di tassi da parte della Bank of England in quanto l’aumento potenziale dei prezzi sarebbe dovuto a shock esogeni (svalutazione della sterlina e bilancia dei pagamenti in ulteriore peggioramento) e non a fattori congiunturali strutturali. Tali pressioni inflazionistiche verranno lasciate libere di ridimensionarsi in maniera naturale a causa del potenziale rallentamento iniziale della crescita, dovuto come detto agli embrionali timori di famiglie ed imprese. La Bank of England ha dichiarato che è pronta a mettere in campo qualsiasi strumento di politica monetaria dovesse rendersi necessario al fine di fronteggiare le potenziali incertezze a cui si dovrà dar risposta (attualmente si libereranno 150 miliardi di pound nel circuito del credito grazie alla decisione di abbassare i capital requirements per le banche domestiche) e non escludiamo che si potrebbe procedere anche con una limatura del costo del denaro. Mai come ora occorre concentrarsi sull’andamento del cambio che lega la sterlina al dollaro e non all’euro. Sul primo abbiamo visto i minimi storici, sul secondo i quadri tecnici visti all’interno dello scorso aggiornamento sono stati rispettati e, post Brexit, abbiamo assistito ad una discesa importante della sterlina dovuta al movimento a ribasso di GbpUsd ed al ritorno in fase laterale di EurUsd. Tecnicamente non escludiamo degli ulteriori tentativi ribassisti da parte del pound contro l’euro, con l’area di 0.8800 che potrebbe rappresentare un buon livello di attrazione per le quotazioni che, se si dovessero portare oltre quest’area, potrebbero tentare delle ulteriori estensioni verso 0.9050.

4. Si conferma valuta rifugio (nonostante la SNB)

Continuano a non arrivare novità di sorta, sul piano economico, dalla vicina Svizzera. Lievi miglioramenti a livello di Pil e disoccupazione, con un’inflazione che si mantiene in territorio negativo. Il franco svizzero ha mostrato però degli aumenti di volatilità notevoli, pur mantenendosi, se escludiamo le reazioni temporanee dovute al risultato del referendum britannico, all’interno dei range studiati tra 1.0750 e 1.1000. Importante notare che il mercato, di fronte a situazioni di risk off importanti come quelle cui abbiamo assistito, sia tornato ad acquistare franchi, pur conoscendo l’orientamento della SNB, pronta ad intervenire nel caso in cui eventuali rafforzamenti della divisa elvetica dovessero verificarsi (la sua credibilità è ancora messa in discussione). Tecnicamente ci aspettiamo potenziale bidirezionalità all’interno del range indicato, ponendo attenzione ad eventuali estensioni che non vediamo comunque oltre area 1.0500 e 1.1200.

5. Russia: lieve ripresa grazie al petrolio

Miglioramento del prezzo del petrolio (che non attendiamo ancora in ripresa strutturale ma che potrebbe, in caso di tenuta dei supporti passanti in area 41.50, tentare il raggiungimento degli ultimi massimi formati, massimi che se raggiunti potrebbero lasciare spazio a tentativi di risalita verso area 57/58) che ha inciso sul miglioramento economico, seppur marginale, della Russia, che ha mostrato una stabilizzazione dell’inflazione (ora a 7.5%), un miglioramento del Pil (da -3.80% a -1.20%) ed un tasso di disoccupazione migliorato di 0.4 punti percentuali dai suoi ultimi massimi al 6%. Questo ha accompagnato anche il rublo verso la strada di rivalutazione analizzata lo scorso trimestre, con l’effettivo raggiungimento di area 72.50, livello intorno al quale stiamo consolidando e che potrebbe risultare propedeutico, in casi di discese sotto area 70, a tentativi di estensione verso 67.50, zona che se raggiunta potrebbe lasciare spazio ad ulteriori tentativi di ripartenza del rublo.

6. Brasile: ancora stagflazione

Stabilizzazione del cambio sopra i supporti di 3.90 e discesa che non si è portata oltre area 3.50. Questo l’andamento del real contro l’euro durante l’ultimo trimestre, un trimestre che è stato caratterizzato dall’impeachment nei confronti della presidente Rousseff, approvato e conclusosi con la sua sospensione da incarichi di governo per 180 giorni e con l’assegnazione dell’incarico di guidare il nuovo governo al vice presidente Temer, il quale ha operato un rimpasto di governo scegliendo come ministro delle finanze Meirelles, ex presidente della Banca Centrale del Brasile, che ha sempre sostenuto delle politiche monetarie ortodosse, un qualcosa che piace ai mercati ed agli investitori esteri. Dal punto di vista della congiuntura, siamo ben lontani da una ripresa strutturale (Pil a -5.40%, inflazione a 8.84%, disoccupazione a 11.20%, produzione industriale a -7.8%) e questo rappresenterà un trimestre di valutazione sul sentiment soprattutto degli investitori esteri che potrebbe migliorare e portare a lievi affievolimenti dell’attuale stagflazione nonché un certo sollievo alla divisa brasiliana. Tecnicamente ci troviamo al cospetto di un’area molto importante, dalla quale studiare dei potenziali allunghi rialzisti per il real che comunque non stimiamo oltre area 3.15, zona sulla quale studiare potenziali rimbalzi che se dovessero avvenire potrebbero condurre a correzioni ribassiste per il real verso area 3.90 (soltanto in caso di formazioni di divergenze settimanali). In caso di rottura ribassista anche di area 3.15, potremmo assistere a tentativi di salita del real verso 2.90, scenario meno probabile rispetto ad un rimbalzo.

7. India: continua la ripresa

Costo del denaro mantenuto a quota 6.50% da parte della Banca Centrale Indiana, che mantiene un tasso di inflazione all’interno della banda di oscillazione permessa (2/6%, attualmente siamo a 5.76%) e riesce a sostenere un Pil ancora in espansione, da 7.2% a 7.9%. La novità sul fronte economico sono i discorsi già intavolati con l’Inghilterra per gestire eventuali accordi bilaterali in caso di Brexit e la necessità di focalizzarsi, a nostro parere, sulla crescita senza badare all’inflazione. Tecnicamente parlando, i range studiati durante lo scorso aggiornamento e passanti tra 70 e 78 sembrano continuare a ricoprire il ruolo di scenario valutario plausibile, con attenzione rivolta a possibili fuoriuscite da tale congestione che potrebbero condurre a rivalutazioni o svalutazioni della rupia nell’ordine di due rupie per euro.

Matteo Paganini,
Chief Analyst FXCM Italia

 

 

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