Commodity: le materie prime reagiscono alla vittoria di Donald Trump

Scritto il alle 12:30 da Redazione Finanza.com

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È stata un’altra settimana di passione sul fronte politico e finanziario. Martedì, l’inattesa vittoria di Trump ha generato onde d’urto su tutti i mercati globali, dalle valute all’azionario alle materie prime e soprattutto alle obbligazioni, che stanno ora cercando di figurarsi cosa potrebbe riservare loro il futuro.

È forse meglio cominciare questo update settimanale con uno sguardo ai principali avvenimenti di mercato dalla notte di martedì, prima della chiusura dei seggi elettorali negli Stati Uniti.

Il principale snodo, prima della conferma del risultato, è la promessa di Trump di destinare oltre 500 miliardi di dollari di finanza pubblica a progetti infrastrutturali battezzati come “la ricostruzione dell’America”.

La combinazione tra aumento della spesa fiscale e taglio delle tasse ha contribuito a sospingere ad un forte rialzo i rendimenti dei titoli americani, aumentando così la pressione esercitata dalla necessità di finanziamento e facendo anche risalire le aspettative di inflazione.

Nel corso degli ultimi due giorni, vendite generalizzate hanno interessato sia i mercati emergenti sia quelli sviluppati, giacché l’era degli approvvigionamenti a basso costo in dollari sembra arrivata al capolinea.

Movimenti di mercato dalle elezioni americane
Le materie prime si stavano rafforzando in vista di una vittoria della Clinton, che lasciava intendere che i quattro anni successivi sarebbero stati caratterizzati dal medesimo trend. Una vittoria di Trump avrebbe – erroneamente, come di fatto accaduto – ravvivato l’oro e danneggiato le materie prime dipendenti dalla crescita quali i metalli industriali.

Questa ipotesi si è rivelata completamente sbagliata, visto che l’attenzione si era concentrata più sulla personalità di Trump che non sulle implicazioni di mercato derivanti dalle sue dichiarazioni politiche.

Performance settimanali
Invece di essere l’oro ad interrompere il trend al ribasso perdurante dal 2011, è stato il rame a raggiungere il record settimanale di crescita più alto da decenni.

Il miglioramento dei dati cinesi, la promessa di Trump di investire in infrastrutture e l’impennata della domanda speculativa che si è vista negli scambi da New York a Londra e soprattutto a Shangai, hanno fatto in modo che il rame raggiungesse un picco da 16 mesi a questa parte.

Tutto questo dopo che i metalli industriali lo scorso anno erano stati negoziati lateralmente, poiché la lievitazione dell’offerta ha continuato a colpire un mercato caratterizzato da una debolezza della domanda.

I guadagni generati unicamente a seguito dei risultati delle elezioni si sono aggirati intorno al 13%. In definitiva, è stato il rame e non l’oro a rompere il suo trend ribassista da 5 anni a questa parte, per toccare il livello settimanale record in decenni.

Trend di lungo periodo dell’oro e del rame
Mercoledì l’oro ha subito forti oscillazioni a seguito della vittoria a sorpresa di Trump. Nella corsa alle elezioni, una vittoria di Trump era vista positivamente nei confronti dell’oro grazie all’acuirsi dell’incertezza che apparentemente ciò avrebbe comportato.

Proprio come l’inatteso risultato sulla Brexit dello scorso giugno, mentre cominciavano a delinearsi i risultati stato per stato, l’oro ha iniziato a guadagnare, mentre le azioni e il dollaro crollavano. L’oro ha scavalcato entrambe le resistenze sia a $1,308/oz che a $1,328/oz, ma persino prima della conferma ufficiale della vittoria di Trump, la maggior parte dei mercati aveva innescato la retromarcia.

Nel suo discorso di accettazione, Trump ha usato toni concilianti nell’evidenziare la sua proposta di ricostruire l’America attraverso un aumento della spesa in infrastrutture.
L’oro ha terminato la sua corsa a $70 con un record dei volumi trattati sui future Comex prima di terminare pressoché invariato alla fine della giornata.

La crescita nei rendimenti obbligazionari non va bene per l’oro a meno che non sia accompagnata da una crescita simile dell’inflazione. Il grafico sottostante mostra che il trend sinora ottenuto nei rendimenti obbligazionari a 10 anni ha visto una crescita del rendimento reale allo 0.25%, il suo livello più alto da giugno.

Quest’anno, i bassi rendimenti reali sono stati una delle principali fonti di supporto per l’oro ma, dipendendo dalle aspettative di inflazione, il loro peso si è almeno per ora fortemente ridotto.

Rendimenti obbligazionari americani crescenti e l’incombente crisi dei mercati emergenti ha visto una forte domanda di dollari post-elezioni, e questo a rimarcare un ulteriore sviluppo negativo per l’oro.

Bassi rendimenti reali e dollaro stabile, i due precedenti pilastri di supporto per l’oro si stanno affievolendo
La crescente domanda di rame ed altri metalli industriali ha sostenuto l’argento semi-prezioso, e ciò ha contribuito la scorsa settimana ad innescare una sovra-performance di quasi il 5% mentre il rapporto oro/argento è crollato al minimo in tre mesi.

L’oro è di nuovo stato sollecitato dagli eventi dei due giorni passati. Ci saranno venti contrari fino a che i mercati, bond e dollaro inclusi, si stabilizzeranno. Trump deve ancora svelare i suoi piani per i prossimi quattro anni e una maggior incertezza di mercato, una volta che questi saranno resi pubblici, potrebbe sostenere l’oro in qualità di bene-rifugio.

La domanda di investimento tramite prodotti finanziari ancora una volta fornirà un importante indicatore circa la considerazione dell’oro da parte degli investitori-più a lungo termine, in seguito al terremoto finanziario di questa settimana.

Il fallimento spettacolare dell’oro nel mantenere i guadagni iniziali e i successivi venti contrari nei guadagni di bond e dollaro potrebbero ancora una volta vederlo testare il supporto chiave a $1,250/oz.

Una rottura inferiore potrebbe mettere in luce il livello a $1,211/oz – a metà circa del rally compiuto negli scorsi 11 mesi.

Il greggio rimane imprigionato in una tempesta perfetta fatta di notizie negative e con il crollo dei prezzi cresce la pressione sull’Opec per definire consistenti tagli alla produzione. Al di là del risultato delle elezioni dello scorso mercoledì – che ha inizialmente fatto crollare i prezzi del 5% prima di riprendersi – notizie relative a produzione e stoccaggio hanno aggiunto ulteriore pressione.

Nel suo ultimo status report settimanale, la US Energy Information Agency ha affermato che lo stoccaggio del greggio è cresciuto più del previsto per la seconda settimana consecutiva. Le stime di produzione, nel frattempo, indicavano un aumento di 170,000 barili/giorno, il più grande balzo in alto settimanale dal maggio dello scorso anno.

Ole Hansen
Head of Commodity Strategy di Saxo Bank

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